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LAMERIKANO Consapevolezza di Viviana Musumeci

6 giu

L’Europa ha una lunga storia, cultura e molte tradizioni alle spalle. Spesso, a causa di ciò, nell’essere rapportata ai più recenti Stati Uniti si è erta – forse anche involontariamente – su un pulpitino per sentirsi migliore. La cultura lunga secoli del nostro continente, però, ha portato con se ancora oggi nel 2011, dei retaggi non lusinghieri che in tempi di internet e società dell’informazione dovremmo sforzarci di superare. La riflessione mi è stata posta su un piatto d’argento con il famigerato caso Strauss-Khan. Al di là dei comportamenti moralmente ed eticamente biasimevoli del protagonista, ciò che ha attirato la mia attenzione è stato l’atteggiamento della cameriera che ha denunciato l’aggressione. Una ragazza dalle umili origini e di colore lavora in un albergo di lusso nella Grande Mela. Riassetta letti, pulisce bagni e pavimenti quotidianamente. E’ un lavoro part time perché poi nel pomeriggio ha una bambina da crescere. (continua…)

LAMERIKANO Rate my professor

13 set

Le università americane sono molto differenti fra loro. Ci sono quelle più o meno costose, quelle più o meno note, quelle più o meno prestigiose. Di certo non sono organizzazioni “statali”. Per aumentare la propria capacità di attrazione, e pertanto il numero degli iscritti paganti, vengono quindi ideate le più varie iniziative. Si punta sulla bellezza della località o sulla notorietà dei docenti, sulla numerosità di Nobel tra gli ex laureati o sull’avvenenza delle studentesse, sulla forza della squadra di football o sulla presenza nei blockbuster. Ciò che tuttavia le unisce è l’attenzione al cosiddetto “passaparola”, la buona nomea che si forma tra gli studenti, la soddisfazione che si percepisce circa il corso che stanno frequentando, il loro giudizio sulle capacità degli insegnanti. Negli atenei italiani anche esiste da qualche anno l’abitudine di far compilare un questionario che misura la propria valutazione  dei professori (lo si chiama customer satisfaction, proprio come nelle attività di marketing). Ma i risultati non sono pubblici, e il dispositivo viene di regola usato come una clava, al bisogno, da Rettori, Presidi di Facoltà e Direttori di Dipartimenti: un potenziale  strumento di controllo verso i docenti con protettori meno influenti, gli esemplari più fastidiosi, a prescindere dalle loro capacità. Un’ulteriore leva, sulla cui trasparenza non molti giurerebbero,  che travisa in toto le motivazioni da cui quest’idea nasce, legate alla tendenza al miglioramento personale e del servizio. Per evitare ogni tipo di pericolo di questo genere, giacché le insidie del Potere non hanno confini mentre gli strumenti per arginarli sì, negli Stati Uniti si è sviluppato un sito a cui le università fanno riferimento e a cui riconoscono autorevolezza: il suo nome è ratemyprofessor.com. Si tratta di una zona neutra in cui ogni studente regolarmente registrato e riconoscibile può mostrare il proprio giudizio su qualunque docente di qualsiasi università americana. Le opinioni sono incensurabili e visibili a tutti, da ogni luogo del mondo. Le università riescono a percepire meglio se stesse, le famiglie possono scegliere, i docenti si possono riconoscere, e gli studenti esprimere. Non sarà sempre rose e fiori, ma il Potere ha un contraltare.

LAMERIKANO: Taxi

16 ago

di Stefano D’Andrea

Cosa sia la Libertà ancora non mi è ancora chiaro. Mi è leggermente più semplice invece individuare le forme in cui essa si manifesti. A tutti è ad ogni buon conto facile comprendere come e quando essa venga negata. Capire la Libertà diventa così possibile. Si tratta del riconoscimento per contrari. Funziona. Come quando vuoi procedere ad una definizione, non ci riesci, e ti appigli alla descrizione particolareggiata di tutto ciò che il fenomeno che vuoi definire non è. O anche a quando si sceglie per esclusione. Ebbene, tante volte noi che viviamo il primo mondo la vera faccia della Libertà non la riconosciamo quando c’è, e non ci manca quando non c’è. E per questa nostra incapacità succede a volte che ci lasciamo convincere delle peggiori sciocchezze, o accettiamo costumi e regole che non hanno alcun buon senso, per noi e la comunità di cui facciamo parte. Prendiamo l’esempio dei mezzi pubblici di trasporto cittadini che vengono ,anche in Italia, denominati “taxi”. Essi dovrebbero consentire spostamenti rapidi e personalizzati ai singoli individui che volessero occasionalmente, o ripetutamente qualora se lo potessero permettere, evitare di usare l’automobile, la motocicletta o altro mezzo privato. Così accade a Londra e nelle maggiori metropoli mondiali. Da noi invece no. Da noi il taxi è un  lusso. Ma non un lusso come un gelato dopopranzo, no. Un lusso come un gioiello di Bulgari ™. A Manhattan i tassisti sono organizzati in cooperative, o lavorano come dipendenti di un’azienda, e in ogni caso hanno l’obiettivo di fare quante più corse possibili. Le fermate, inoltre, non esistono, perché i taxi si prendono al volo. Per fornire questo servizio hanno dovuto mantenere delle tariffe ragionevolmente basse (o viceversa, vai a sapere i meccanismi dell’economia), con il risultato che laggiù, come a Londra e altrove, è possibile usare un mezzo pubblico personalizzato in caso di bisogno, senza essere un magnate del petrolio. Potendo quindi permettersi di bere una birra senza dover guidare, avendo modo di muoversi perfino in una direzione diversa da quella dove porta la metropolitana, in pratica avendo la concessione di spostarsi liberamente, a qualsiasi ora, senza dover possedere un’auto. Questa libertà da noi è dono per pochi. Perché quella dei tassisti è una corporazione, che per definizione non ha, tra i propri obbiettivi statutari, contribuire al bene della comunità. Finché le regole lo consentiranno, quindi, la nostra libertà di movimento sarà limitata. Un po’, forse. Ma limitata. Per il bene di nessuno.

LAMERIKANO Bandiera

1 ago

di Stefano D’Andrea

Costa atlantica del Maine, una famiglia apre la propria casa di vacanza, non prima di avere issato Old Glory, simbolo degli Stati Uniti d’America, dolorosamente immortalato in “La valle di Elah”, primo riferimento di ogni cittadino americano, nella gioia e nel dolore. Le bandiere, nel tempo, hanno sempre significato confini e guerre ma anche unità e comunione di intenti, divisioni ma anche appartenenza. Difficile esserne innamorati, ma impossibile ignorarle. Ma da dove arriva la straordinaria forza della bandiera a stelle e strisce? Ci sono mille risposte a questa domanda. Quello che però io vedo è che in Italia insultare la bandiera, oltraggiarla, pulircisi quel che si crede, calpestarla o distruggerla, è reato penale, punibile con la detenzione fino a tre anni, trentasei mesi da passare chiuso in una cella. In altri paesi gli stessi comportamenti sono forse ritenuti meno gravi ma comunque, a vario titolo, non accettati. In America, al contrario, dare fuoco alla propria bandiera è un diritto. Non è prevista quindi per quel gesto alcuna sanzione o ammenda. L’atto rientra negli inalienabili diritti di espressione di ogni singolo cittadino. Perché? Perché i valori che la bandiera incarna sono forti e non temono l’oltraggio. Perché reato è impedire di esprimere un’opinione, non il contrario. Perché la divisione in stati federati, in etnie, lingue, religioni o ceti sociali, non teme l’unità che chiede la bandiera, anzi da essa viene tutelata. Perché l’insieme delle differenze è un valore. E la bandiera lo simboleggia. Laddove invece il vessillo fosse lascito di una monarchia che nessuno ricorda, manifesto di valori anacronistici come l’inno che accompagna il suo sventolare, non può che essere necessario obbligare con la violenza e la coercizione, a venerarlo. I risultati, in termini di condivisione, aiuto reciproco, senso di cittadinanza, diritti e doveri civili, che non c’è bisogno che li descriva qui.

LAMERIKANO Psycho

22 lug

I disturbi nervosi e i mali che coinvolgono la sfera delle emozioni e degli affetti sono stati sempre sottovalutati. “Ma stai su, dai, fatti forza”, dicevano all’impaurito. “Sorridi alla vita, e la vita ti sorriderà”, al depresso. “Perché non mangi mai? È buono, guarda, mmmh che buono. Dai mangia.” All’anoressico. “Rilassati” all’ansioso. “Vieni in chiesa, troverai la pace” all’angosciato. Poi, col giro del secolo scorso, dalla Mitteleuropa si sviluppò l’idea di considerare certi male-esseri come qualcosa che necessitasse di una terapia, fatta di chimica, fatta di parole, fatta di indagine di qualcosa che non si vede col microscopio ma che guida tutti i nostri stati, i comportamenti, tutta la nostra vita. Chi la chiama psiche, chi la chiama anima, chi cervello, chi inconscio, chi tutte queste parole, ma con specifiche differenze. Sta di fatto che la sofferenza mentale è diventata un campo di grande e delicata attenzione. Ad un certo punto l’Europa comimciò a stare stretta a Freud e Jung, e ai loro allievi, e la frontiera degli studi si spostò a Londra, e poi in America. E lì si è consolidata ed è cresciuta, mutata, per tornare sotto la molteplici forme delle varie possibili terapie, delle riviste, dei libri divulgativi, delle differenti scuole di pensiero, e delle paradossali parodie, tipo quella della foto che ritrae il sottoscritto in procinto di farne uso. Tutto utile per rendere “normale”  la possibilità di affrontare il dolore dell’anima, senza i sensi di colpa, e senza il timore di essere giudicati. Senza nascondersi. Ancora una volta, qui non sarebbe potuto succedere.

LAMERIKANO Neonati

13 lug
di Stefano D’Andrea

Prende freddo, coprilo. Ha troppo caldo, toglili la felpettina. Piange, cos’avrà? Ha fame. Ha le coliche intestinali. Chiamiamo la guardia medica. Stasera ci sarebbe l’invito di mio fratello ma il bambino deve mangiare. Ci andremo l’anno prossimo. Vacanza? No, al mare è caldo, e in montagna è freddo. E poi a non più di un’ora da Milano, se succede qualcosa? Non lasciarlo mai da solo. Senti? Funziona il walkie talkie? Ecco, gli è caduto il ciuccio. Al nido no, ci sono gli altri bambini (?), prende le malattie. E poi tra tanti ci saranno anche dei bambini cattivi. E delle maestre non c’è mai da fidarsi. Meno male che ci sono i nonni. Lo porto alle otto e lo vai a prendere tu alle sei? Aspetta che faccio le dosi. Ha mangiato tre ore e 15 minuti fa. Ma si calcola da quando ha cominciato o da quando ha finito di succhiare? Vabbé senti, pesiamolo, così vediamo a che ora ha mangiato. Ha riempito il pannolone, però. Allora pesiamo il pannolone e facciamo la differenza. Però va fatta la tara del pannolone. Da asciutto pesa 15 grammi. Dorme? Fa niente. È ora. Deve mangiare. Ecco piange. Cos’avrà? Dagli il ciuccio. Il latte è troppo caldo. Gli do una tachipirina? Supposta, naturalmente. Ecco si è calmato. No, ricomincia. Ma perché non mangia? Chiamo la guardia medica. Intanto un’altra supposta.

Ecco, io non ho figli, ma ne vedo tanti in giro. Dalle nostre parti ho come la sensazione che chi ne ha diventi un poco apprensivo. Cosa che farà di certo benissimo al pupo, e renderà serena a piacevole la vita di mamma e papà. Alla partita tra i Chicago White Sox e i Florida Marlins ho visto questa signora con tre bimbi al seguito, grosso modo dai tre agli otto anni, più il gigante che tiene in braccio, e un gentile compagno a fianco. E non mi è sembrata un’eroina, solo una gran donna. Fortunata lei. Ma soprattutto loro.

LAMERIKANO Credere

1 lug

Una notte di qualche tempo fa ho alloggiato a Hyannis, luogo dell’anima per John Kennedy, punto di partenza dei traghetti per Martha’s Vineyard, dalla terraferma di  Cape Cod. Non avendo programmato la fermata chiamo, poco più che a caso, il numero di un Inn che scopro gestito da un’inflessibile signora russa. Al telefono mi dice che c’è una stanza libera e mi chiede nome e numero di carta di credito. Io obbedisco e poi rifletto. Ho dato il mio numero di carta a una persona sconosciuta. Sono ammattito? Arrivato sul posto trovo che è tutto serenamente in regola. Io sono un po’ stupito, e la mattina dopo, a colazione, le chiedo come funziona, come sta, come si trova. Lei da perfetta americana per scelta (la sua guesthouse è piena di fotografie di Mosca) mi dice che in America è così. Devi fidarti. Devi credere. Devi. Perché qui la truffa esiste come in tutto il mondo, ma se ti prendono fa male. E quindi alla lunga fare le cose come si deve diventa un’abitudine virtuosa, un imperativo razionale, che diventa culturale. Se non hai fiducia, qui non puoi stare. La Russia era meravigliosa, il mio cuore è lì, dice lei, ma ci tornerò solo a seppellire i miei genitori. E così sia.

LAMERIKANO Caino

17 giu

 

Nel percorso verso la civiltà che sto suggerendo attraverso continui confronti, ci sono delle situazioni che non posso evitare e su cui non abbiamo davvero nulla da imparare. L’odierna questione di David Powell mi ricorda che in circa trenta dei cinquanta Stati della federazione americana, è in vigore la pena di morte. È un retaggio di un recente passato di Far West, su cui c’è un grande dibattito e con una frontiera che si sposta fortunatamente in avanti (vedi le recenti moratorie in molti Stati) ma il dato rimane. Cesare Beccaria, in un trattato universalmente riconosciuto, e che ho trovato in consultazione anche nella New York Library, duecento anni fa argomentò lucidamente l’inutilità della pena capitale. Ma oltreoceano fanno fatica a trattenersi dalla Vendetta. Su questo possiamo solo sperare che ci sia qualcuno stia scrivendo su un blog a Austin, Texas, cantando le lodi di chi, nel Vecchio Continente, dopo secoli di errori ha trovato la forza e l’intelligenza per smettere di toccare Caino.

LAMERIKANO Università

10 giu

Se ora sono una persona ingenua, figuriamoci come lo ero da neolaureato. Credevo, per esempio, che il mio titolo e la mia preparazione avessero una grande importanza e che il mio talento dovesse solo essere riconosciuto. Per questo motivo scrissi una lettera alle cinquanta migliori università anglosassoni del mondo, che avessero al proprio interno un Dipartimento di Italianistica, proponendomi come lettore. Era il 1995 e la carta ancora viaggiava in aereo. Dalla Columbia a Oxford, da Berkeley a Yale, nessuna ha mancato di rispondermi, tutte con lo stesso tono gentile, riuscendo a non farmi mai sentire (troppo) uno sprovveduto, e suggerendomi, chi più e chi meno, le vie più adeguate per far fruttare il mio curriculum di studi. Sulle prime rimasi solo un po’ deluso, ma col passare del tempo compresi di quale potente indicatore si trattasse, di quanta preziosa attenzione alla persona fosse contenuta in ogni singola risposta. Ed è per questo motivo che le conservo ancora oggi, per ricordarmi come si fa. Anzi, come si dovrebbe fare.

LAMERIKANO Soldi e chiesa

3 giu

Uno scuola bus acquistato con i soldi raccolti durante una celebrazione religiosa

Quello del rapporto tra religione secolarizzata e denaro è un tema piuttosto delicato e che pochi amano trattare. Ciò non toglie che ad ogni funzione di una confessione monoteista corrisponda una richiesta di denaro ai fedeli. Nel mio interesse per i luoghi di culto e le celebrazioni che vi si tengono c’è la pretesa che si tratti di chiavi per interpretare antropologicamente i diversi mondi, le diverse culture. La messa che ho seguito una domenica mattina presso la Chiesa Battista d’Abissinia ad Harlem, mi ha detto che i soldi non solo non sono un tabù, in quel quartiere e in quell’universo, ma che hanno un nome e un cognome. Le offerte non sono date alla “Chiesa”, bensì alla chiesa, che attraverso i propri vicari, provvede a ridistribuirle alle persone in difficoltà che ad essa fanno riferimento. All’officiante che ho ascoltato io sono stati necessari trenta minuti per specificare, dollaro per dollaro, con dovizia di particolari, e senza lesinare nomi e cognomi, dove sono finite le donazioni della settimana precedente; senza tacere su chi riceverà quelle della celebrazione in corso. Questa sì che si può chiamare Comunione. E forse è anche Liberazione; dal male della solitudine, dalla retorica della solidarietà e dalla dittatura del Leviatano.
Stefano D’Andrea
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