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Ricordo ancora con tristezza lo spot di qualche anno fa per un marchio di assicurazioni in cui Sean Connery prestava il suo volto raggrinzito e le sue forme molli e cascanti. Ovviamente, essendo un’icona, il suo shining offuscava palesemente le capacità critiche di massaie e cinquantenni in meno pausa, per cui, nonostante il tempo fosse passato anche per il James Bond più affascinante della saga dei Broccoli – produttori of course -, nessuno osava dire che il re ormai era nudissimo oltre il consentito.
Oggi c’è ancora lui: George Clooney. Chissà se il management di Fastweb si è affidato a qualche ricerca di mercato che confermasse ciò che il management stesso voleva sentirsi dire, o se invece sono andati a caso e hanno optato per l’uomo che sui rotocalchi e nell’immaginario collettivo, riesce a essere considerato ancora un sex symbol. Sta di fatto che un attempato cinquantenne viene atteso in aereoporto con un cartello che riproduce il nome del marchio di telefonia. Già al suo arrivo ci sono meno fan di quelle che lo avrebbero accolto in passato. Sta di fatto che l’attore – pronto a sostituire le espressioni da rigor mortis di Ridge di Beautiful – firma un paio di autografi e – idea creativa geniale – viene avvicinato da una casalinga attempata che gli dice che potrebbe fare da controfigura per il più famoso George Clooney. Lui, poco convinto – non si capisce se per finzione recitativa oppure se sia reale scetticismo nei riguardi del debolissimo plot creavito – risponde con un rigido grazie.
Forse, se l’azienda, come da tempo fa il concorrente Vodafone, avesse affidato lo spot alla coppia Clonalis e si fosse basata più su un tone of voice ironico o comico, la storia funzionerebbe meglio – a questo proposito, visto che sulle cover dei giornali fanno scintille, suggeriamo di adottarli anche come testimonial per giocare sui loro momenti di intimità che tutti quanti sognano, prima o poi di spiare da qualche buco di serratura -. O semplicemente, sarebbe bastato non pensare che un testimonial, chiunque esso sia, possa essere sufficiente per tenere in piedi le sorti comunicative di un brand. Perchè in questo caso, shining o non shining, l’endorser non è pienamente sfruttato e ammoscia qualsiasi pensiero impertinente. Non fa sognare. Ricordo che una volta intervistai Milka Pogliani per un mio libro dedicato ai testimonial: la nota pubblicitaria disse che la maggior parte degli endorser vengono scelti da imprenditori o dai manager sui campi da golf. Insomma, è il narcisismo di chi paga e non di chi appare sullo schermo che prevale nella contrattazione.
Non avrei mai pensato di poterlo dire in passato, ma ARIDATECICEVOLI!
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