A proposito di bad/good branding vorrei parlarvi oggi di un’abitudine controproducente che riguarda alcuni marchi nell’ambito della comunicazione: il copia/incolla.
Alcune aziende indicono gare per le agenzie pubblicitarie al fine di appaltare la realizzazione di una campagna. Alle gare partecipano dalle 3 alle 5 agenzie che lavorano apportando progetti e idee - questo implica sottrazione di risorse umane e creative ai lavori in corso remunerati -. Le strutture coinvolte spesso si sentono dire il consueto “grazie, le faremo sapere”. Passa un po’ di tempo, delle agenzie in gara non si sa più nulla oppure salta fuori una delle competitors che realizza il progetto che era stato presentato da un’altra agenzia concorrente. Solo che l’attuale progetto costa meno. Copia/incolla sleale e scorretto.
Alcune aziende contattano comunicatori e professionisti per parlare di 2.0. Le suddette fino all’incontro con i professionisti non sapevano nulla di 2.0. Dopo l’incontro ne sanno “solo” un po’ di più, ma si mettono in testa che possono fare tutto. Per questo, aprono un blog aziendale, inaugurano una pagina di Facebook e Youtube. Il blog è un inno all’approssimazione, all’incopentenza, all’improvvisazione, all’ignoranza del linguaggio e dei codici che si utilizzano in rete. Le immagini sono di pessima qualità e il progetto da un mero punto di vista editoriale non ha alcun senso. Su Facebook, poi i contatti sono pochi e poco stimolati a tornare poiché la pagina è gestita dalla solita persona che in azienda segue 200mila cose, pertanto si ritaglia del tempo qua e là senza dare continuità al rapporto dialettico con l’utente. Su Youtube gira un solo filmato di anni e anni addietro. Copia/incolla da poverini.
Alcune aziende pensano che siccome sono in grado di fare bene i propri prodotti, possano fare bene qualsiasi cosa. Pertanto chiedono la realizzazione di un prodotto editoriale come può essere un giornale/magazine o altro, ne affidano la realizzazione a dei professionisti, dopodiché, tengono quel prodotto come punto di partenza e pensano di poter continuare a produrlo da soli – per complesso di onnipotenza - dimenticando che i giornali si fanno in un determinato modo, con determinate procedure, e che c’è una bella differenza tra mettere su carta testi e immagini e fare, per l’appunto, un prodotto editoriale. Copia/incolla presuntuoso e un filo arrogante.
Le motivazioni di tali atteggiamenti affondano a volte nella crisi – che però spesso viene usata come alibi per giustificare la propria mediocrità imprenditoriale -, o più semplicemente nella presunzione: l’equazione, più o meno, è la seguente: non avendo a disposizione grossi budget, “ghe pensi mi”. Uno degli elementi che spesso caratterizzano le aziende – che sono composte da persone - è che la comunicazione aziendale e d’impresa, che ha delle regole che non appartengono al comunicare comune, vengono gestite da persone che non sanno nulla di queste regole e che gestiscono la comunicazione nello stesso modo in cui lo farebbero al mercato della frutta. Esiste una teoria e una pratica – quest’ultima, per l’appunto, si acquisisce lavorando in una determinata direzione -. Spesso le aziende pensano che se sono in grado di fare bene borse, scarpe, gioielli, dolci, profumi, possano contemporaneamente realizzare siti, giornali, campagne on/offline, blog affidando la gestione di questi progetti ai dipendenti inesperti già oberati da mille incombenze. I comunicatori, però, difficilmente pensano di poter realizzare borse, scarpe, gioielli, dolci e profumi pensando poi di commercializzarli solo perché sanno comunicare.
E i risultati si vedono.
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