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La campagna adv di Rihanna per l’underwear di Emporio Armani

13 set

Foto da Fashionologie

Fin da quando la notizia è uscita qualche mese fa, sono stata scettica. I testimonial che finora sono stati usati per l’underwear di Emporio Armani, non mi piacciono e l’apice è stato toccato con Rihanna – che trovo molto volgare -.  Fashionologie ha pubblicato alcuni scatti della comunicazione del brand, realizzati da Steven Klein. Va bene che l’underwear rappresenta l’ultimo baluardo di vestito prima di giungere alla meta, ma non mi capacito di come si possano scegliere dei personaggi così palesemente ineleganti come Rihanna. Non sono una bempensante e non è l’eccesso a sconvolgermi – Lady Gaga è ormai un modello in questo, ma dietro le sue performance ci sono cultura e cervello -, è solo che penso a un marchio come Emporio Armani, che è nato come la linea young di Giorgio Armani e che invece oggi sembra, nella comunicazione, il figlio scapestrato. Scegliere l’immagine di Rihanna o quella di un’Olgettina, dal mio punto di vista, sarebbe stata un po’ la stessa cosa. Rihanna ha il solo vantaggio di essere famosa a livello mondiale.

Faccio notare un particolare: la cantante che è nota per avere una coscia “importante”, in queste immagini appare stranamente slim. Dieta forzata o photoshop a manetta?

La pirateria fa bene ai film secondo una ricerca Gfk

2 set

A volte le aziende commissionano ricerche e sperano che gli esiti diano loro ragione e supportino le loro teorie di marketing per difendere le proprie posizioni. Alcune volte, però, le cose non vanno come desiderano. E’ successo di recente con una ricerca commissionata da alcune case di produzione alla società di ricerca Gfk. Queste hanno commissionato un’indagine sulla pirateria. Il risultato? La copia illecita di film e la conseguente divulgazione fa bene al cinema poiché è risultato che gli spettatori vedono e considerano i film piratati come delle anticipazioni che li spinge poi a recarsi nelle multisala per godersi lo spettacolo “dal vivo”. La curiosità dell’esito di questa ricerca è però un’altra. Le cdp committenti, scontente o forse sconvolte dall’esito della ricerca, hanno chiesto di non divulgare il risultato. La richiesta, a quanto pare, è stata ignorata (Fonte Telepolis)

Il web e i giornalisti prendono le difese di Mariano Sabatini

8 lug

La storia è ormai nota. Il giornalista e critico televisivo Mariano Sabatini nell’esercizio delle sue funzioni sul sito di Tiscali dove ha una rubrica di critica televisiva, ha definito Salvo Sottile un telebecchino. Il motivo? Secondo Sabatini la trasmissione 4 grado – trasmessa da Rete 4 – è il classico format che sguazza nel dolore umano di chi ha perso dei familiari per mano di altri – vedi il caso di Sarah Scazzi – e, sempre dalla critica di Sabatini si evince che  Salvo Sottile sia una sorta di cerimoniere che in questo dolore sguazza molto bene. Una critica, per l’appunto. Sottile però si è convinto che l’appellativo di telebecchino – ossia di colui che si aggira per cimiteri tra cadaveri nella versione, però, quarto potere – sia un’offesa e un insulto pertanto ha querelato Sabatini chiedendogli un milione di euro. Chi fa televisione – e in generale i personaggi pubblici che dal proprio essere visibili traggono, oltre al denaro, anche benefici e privilegi  non accessibili ai comuni mortali – dimentica a  volte che se ci si espone, tanto più pubblicamente, si può essere soggetti a critiche. In particolare, in questo caso, la critica non è rivolta alla persona, ma al personaggio e ai valori che incarna andando in video in un format simile. Non solo: chi fa il giornalista sa di essere potenzialmente a rischio qualsiasi cosa scriva. Chiunque infatti può rilasciare delle dichiarazioni e negare di averle fatte querelando il cronista. Pertanto, la responsabilità, nella maggior parte dei casi,  è più che adottata dai giornalisti quando scrivono. Le querele, spesso, non arrivano in tribunale e, tra l’altro, non è nemmeno detto che il querelante vinca. La querela è un’arma odiosa spesso usata dai potenti e da chi ha la coda di paglia per minacciare e fare tacere coloro i quali hanno deciso di non tacere per professione. Il fatto che sia un giornalista il querelante rende il gesto ancor più brutto. Ma internet è democratica, pertanto già molti giornalisti e intellettuali, sulla pagina di Facebook di Sabatini hanno manifestato solidarietà al critico tv per l’ingiustizia subita: Camillo Langone, Camilla Baresani, Gabriella Sassone, Paolo Bianchi  e persino, anche se indirettamente Vittorio Zincone che in una sua intervista sulle pagine di Sette, come ultima domanda alla moglie di Sottile, Sara Varetto nuovo direttore di SkyTg ha chiesto all’anchorwoman se non ritenesse un po’ eccessiva la richiesta del marito.

http://notizie.tiscali.it/articoli/collaboratori/marianosabatini/11/2/quarto-grado.html

Ofelé fa el to mesté (tradotto in parole povere: non scopiazzate le idee)

1 lug

A proposito di bad/good branding vorrei parlarvi oggi di un’abitudine controproducente che riguarda alcuni marchi nell’ambito della comunicazione: il copia/incolla.

Alcune aziende indicono gare per le agenzie pubblicitarie al fine di appaltare la realizzazione di una campagna. Alle gare partecipano dalle 3 alle 5 agenzie che lavorano apportando progetti e idee - questo implica sottrazione di risorse umane e creative ai lavori in corso remunerati -. Le strutture coinvolte spesso si sentono dire il consueto “grazie, le faremo sapere”. Passa un po’ di tempo, delle agenzie in gara non si sa più nulla oppure salta fuori una delle competitors che realizza il progetto che era stato presentato da un’altra agenzia concorrente. Solo che l’attuale progetto costa meno. Copia/incolla sleale e scorretto.

Alcune aziende contattano comunicatori e professionisti per parlare di 2.0. Le suddette fino all’incontro con i professionisti non sapevano nulla di 2.0. Dopo l’incontro ne sanno “solo” un po’ di più, ma si mettono in testa che possono fare tutto. Per questo, aprono un blog aziendale, inaugurano una pagina di Facebook e Youtube. Il blog è un inno all’approssimazione, all’incopentenza, all’improvvisazione, all’ignoranza del linguaggio e dei codici che si utilizzano in rete. Le immagini sono di pessima qualità e il progetto da un mero punto di vista editoriale non ha alcun senso. Su Facebook, poi i contatti sono pochi e poco stimolati a tornare poiché la pagina è gestita dalla solita persona che in azienda segue 200mila cose, pertanto si ritaglia del tempo qua e là senza dare continuità al rapporto dialettico con l’utente. Su Youtube gira un solo filmato di anni e anni addietro. Copia/incolla da poverini.

Alcune aziende pensano che siccome sono in grado di fare bene i propri prodotti, possano fare bene qualsiasi cosa. Pertanto chiedono la realizzazione di un prodotto editoriale come può essere un giornale/magazine o altro, ne affidano la realizzazione a dei professionisti, dopodiché, tengono quel prodotto come punto di partenza e pensano di poter continuare a produrlo da soli – per complesso di onnipotenza - dimenticando che i giornali si fanno in un determinato modo, con determinate procedure, e che c’è una bella differenza tra mettere su carta testi e immagini e fare, per l’appunto, un prodotto editoriale. Copia/incolla presuntuoso e un filo arrogante.

Le motivazioni di tali atteggiamenti affondano a volte nella crisi – che però spesso viene usata come alibi per giustificare la propria mediocrità imprenditoriale -, o più semplicemente nella presunzione: l’equazione, più o meno, è la seguente: non avendo a disposizione grossi budget, “ghe pensi mi”. Uno degli elementi che spesso caratterizzano le aziende – che sono composte da persone - è che la comunicazione aziendale e d’impresa, che ha delle regole che non appartengono al comunicare comune, vengono gestite da persone che non sanno nulla di queste regole e che gestiscono la comunicazione nello stesso modo in cui lo farebbero al mercato della frutta. Esiste una teoria e una pratica – quest’ultima, per l’appunto, si acquisisce lavorando in una determinata direzione -.  Spesso le aziende pensano che se sono in grado di fare bene borse, scarpe, gioielli, dolci, profumi, possano contemporaneamente realizzare siti, giornali, campagne on/offline, blog affidando la gestione di questi progetti ai dipendenti inesperti già oberati da mille incombenze. I comunicatori, però, difficilmente pensano di poter realizzare borse, scarpe, gioielli, dolci e profumi pensando poi di commercializzarli solo perché sanno comunicare.

E i risultati si vedono.

KIKO: QUANDO LA REPUTAZIONE E’ UN VALORE AGGIUNTO

30 mag

Avete mai sentito parlare di   reputazione? Detto così potrebbe sembrare che si stia parlando di una persona. Se però dicessimo reputation, probabilmente si
circoscriverebbe il contesto all’ambito del marketing e della  comunicazione. C’è un marchio che sta costruendo un po’ alla volta un’ottima reputation che probabilmente in tempi di budget risucchiati dalla crisi e affollamento di prodotti concorrenti, è un’arma molto forte da usare. Parlo di Kiko Cosmetics. Il marchio nel giro di poco tempo è diventato un punto di riferimento per molte consumatrici. Il motivo? Più di uno. I prodotti sono buoni. Mediamente possono
competere con altri brand nazionali e internazionali del mass market – molto più pubblicizzati a livello globale a colpi di testimonial patinate -. Il rapporto qualità prezzo è praticamente ineguagliabile al momento. Faccio un esempio: se uno smalto di un marchio mass market più noto oscilla tra i 9 e i 12 euro, dura a dir tanto 5 giorni ma si sbecca già al secondo, uno smalto Kiko – che offre una palette di colori, peraltro, ricchissima – dura anche dieci giorni – se poi usate lo spray fissante ripassandolo dopo quei dieci giorni, le unghie tornano esattamente come le avevate laccate la prima volta  -,  non si sbecca mai – quasi a prova di rosicchiatura di unghie e scusate il dettaglio pulp – e copre ogni  forma di imperfezione dell’unghia che persino una bimba di due anni potrebbe stenderlo senza problemi. E potrei parlare anche di altri prodotti che ho acquistato e che non mi hanno delusa. Ma l’elemento che trovo veramente differenziante e intelligente è l’approccio delle venditrici all’interno dei punti vendita che, a questo punto, suppongo essere sottoposte a un training visto che sono entrata in diversi negozi e ho riscontrato sempre la stessa caratteristica. Le commesse sono PROFESSIONALI. Cosa intendo con questo? Le venditrici ti salutano dandoti del lei o del tu, ma sempre con estrema gentilezza senza quindi mettere l’interlocutrice in imbarazzo con un lei troppo freddo e distaccato o, al contrario, con un tu troppo  friendly e invadente. Se stai cercando dei prodotti o provandoli da sola, ti guardano, facendoti capire che sono lì per te, ma senza saltarti addosso come accade in altri negozi. Se ti rivolgi a loro, ti seguono immediatamente rispondendo alle tue esigenze e ti descrivono le caratteristiche del prodotto. Quando hai deciso se acquistarlo o meno – e in entrambi i casi ti trattano benissimo – ti chiedono gentilmente se hai bisogno d’altro e ti informano sulle promozioni o sui nuovi arrivi della settimana. Sempre senza invadere il tuo territorio. Una volta giunta alla cassa, la venditrice ti mostra l’ultimo nuovo arrivo della settimana spiegandoti le sue caratteristiche. Alla fine esci sempre con qualche prodotto in più o con la certezza che comunque ritornerai. Formare le proprie venditrici è un investimento che sempre più spesso le grandi catene dovrebbero fare. Con tutte le possibilità di acquisto on/offline che oggi il consumatore ha a disposizione, trattenere nel punto vendita il consumatore o farlo ritornare è indubbiamente un valore aggiunto. A furia di parlare di comunicazione – ma anche l’atteggiamento delle commesse è comunicazione – ci si è dimenticati che l’obiettivo di un marchio è vendere prodotti, non aria fritta. Senza
contare che spesso, soprattutto nelle città di provincia, si ha l’abitudine di assumere le commesse con un titolo di studio basico come se lavorare con il pubblico non richiedesse preparazione, studio, attitudine e talento. Kiko lo ha capito e sta capitalizzando. E gli altri?

GOOD GOOD BRANDING

Chiara Ferragni al Festival di Cannes per il Red Carpet di Habemus Papam di Nanni Moretti

20 mag

Chiara Ferragni è la fashion blogger italiana più nota. Richiestissima ormai da tutti gli uffici stampa per la sua avvenenza e per i contatti che riesce a raggiungere dal suo TheBlondesalad, di recente ha postato alcuni video in cui mostra la sua presenza al Festival di Cannes per il red carpet legato alla proiezione del film Habemus Papam di Nanni Moretti. La notizia è rimbalzata ovunque su internet. Solo 5 anni fa ciò non sarebbe stato possibile. Moretti ha fama di essere molto esigente e allergico ai fenomeni di massa. Poco importa se la presenza della blogger sia legata a una richiesta dell’ufficio stampa della Sacher dello stesso Moretti, oppure a un invito della maison di Alberta Ferretti visto che Ferragni indossava un abito della stilista. Di certo che è che nel vedere un personaggio, che normalmente nel suo blog parla di outfit, post, redcarpet, dress code, ecc., abbinato a Moretti, non abbiamo potuto evitare di ripensare a una scena famosa di Palombella Rossa.

BAD BRANDING PER MORETTI/GOOD BRANDING PER FERRAGNI

L’ipocrisia della comunicazione può costare cara e non solo all’immagine

16 mag

A volte le aziende pensano che comunicare sia un po’ come nascondere sotto i tappeti la polvere piuttosto che eliminarla. Occultando le negatività si pensa di risolvere il problema salvando la faccia. Questo tipo di comunicazione un po’ ipocrita più spesso la troviamo in politica. Complici le elezioni che avvengono a media/lunga scadenza e il fatto che un politico in qualche modo riesce sempre a salvarsi e a riciclarsi – a differenza dei manager le cui teste possono saltare in men che non si dica. Magari trovare la giusta via di mezzo non sarebbe poi così deleterio, ma questo è un altro discorso -, spesso il modo in cui i valori di un partito vengono comunicati sono retrogradi, appartenenti a una cultura vetusta e colpevolmente omertosi. Il caso dell’arresto di Dominique Strauss-Kahn ne è, ahimé, un esempio. La storia – recentissima – è ormai nota: il francese capo del Fondo Monetario è stato arrestato ieri con l’accusa di stupro nei riguardi di una cameriera del Sofitel dove era ospite a New York. Non è mia intenzione soffermarmi sulla cronaca giudiziaria e mi atterrò a quanto detto finora dai media, tuttavia vorrei soffermarmi su alcuni elementi. Non ha destato negli avversari politici e in poche colleghe di partito, oltre che in una buona parte di giornalisti, nessuna sorpresa l’arresto del politico. Il motivo? Da tempo su Strauss-Kahn si rincorrevano voci relative a una sessualità aggressiva e molesta nei riguardi di alcune donne. (continua…)

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